10 ott 2013

Aleida.

Aleida era il suo nome.

Aleida non credeva a nulla di quello che le era stato imposto da quand'era bambina: non credeva che fosse obbligatorio mangiare tre volte al giorno, dormire di notte, dare del lei alle persone più adulte o con la cravatta più stretta. Non credeva che bastasse dire dieci Ave Maria per levarsi di dosso i peccati e - a voler ben guardare - non credeva neppure che molti di quelli che si trovava costretta a confessare fossero peccati; non credeva al paradiso e all'inferno, alla possibilità di rivedersi tutti dopo da qualche parte né a quella di vagare nel tempo osservando il proprio passato che si trasforma in presente e futuro. Aleida non credeva a niente.
 
Poi c'era il vento, quella era un'altra storia. Il vento aveva carattere, come lei. E cambiava d'umore. Improvvisamente il vento ribaltava le sorti della natura, sovvertendo l'apparente staticità dello spazio. Il vento somigliava a qualcosa che lei sentiva dentro: all'ansia troppe volte inghiottita dalle maschere quotidiane, alla spinta dei sogni, alla fatica. 
Aleida allora, nelle notti di vento, credeva. Credeva che non fosse tutto così orrendamente logico, che non ci fosse sempre un prima e un dopo, un giusto e uno sbagliato, un sì o un no, un "ora o poi sarà tardi". Alla natura tutto era concesso, a lei bastava farsi cullare dal suono di quella che tutti avrebbero chiamato "tremenda raffica di vento" per trovare la forza di immaginare un altro domani.

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